di: Mirella Armiero
Un libro di Bruno Pisaturo ricostruisce gli anni tra Otto e Novecento, con l’arrivo di artisti e intellettuali e di donne che volevano vivere «da maschi»
Si dichiarano cugine probabilmente erano amanti, di sicuro Kate Perry e Saidee Wolcott furono personaggi di spicco nella sfavillante Capri di inizi Novecento, che Bruno Pisaturo racconta magistralmente con vivacità e passione, nel volume Capri. Genesi di un mito. La colonia internazionale dell’Isola tra Ottocento e Novecento, pubblicato da La Conchiglia.
Le due americane erano talmente unite da accostare i loro cognomi e farsi chiamare «signorine Wolcott-Perry»: i loro ricevimenti e the danzanti erano un punto di rifermento per tutti gli stranieri che avevano scelto l’isola azzurra come domicilio. Era un must dell’epoca venire invitati nella favolosa Villa Torricella, affacciata su Marina Grande, con il suo «delirio di stili», tra torrette arabeggianti, finestre moresche, archi rinascimentali. Quei pomeriggio trascorsi tra pettegolezzi e conversazioni ardite furono poi puntualmente raccontati da un altro dei membri della colonia straniera a Capri, lo scrittore Compton Mackenzie, Monty per gli amici, nell’arguto romanzo Vestal fire, che scandalizzò molti lettori, soprattutto quelli che si riconobbero dietro gli pseudonimi utilizzati dallo scrittore. Uno dei frequentatori più assidui di Villa Torricella fu il barone Fersen, che nel libro di Pisaturo è raccontato dal suo lato più amabile, un gentiluomo molto apprezzato dagli stessi capresi ai quali dimostrava in molte occasioni la sua generosità. La sua elegante Villa Lysis fu uno degli scenari favolosi di quell’avventuroso periodo in cui sembrava che a Capri tutto potesse accadere. È il momento in cui, a partire dalla scoperta della Grotta Azzurra, si inizia a formare il mito dell’isola, meta di anime inquete, di intellettuali tormentati, amanti della libertà che l’isola offriva, con le sue forme di vita ancora arcaiche, contadine, agitate però dal vento cosmopolita che portava con sé personaggi di spicco, artisti originali, artisti convenzionali. Tantissimi i nomi, anche se il libro di Pisaturo non è mai semplicemente elencatorio, ma intreccia con competenza le vicende degli uni e degli altri. Ci sono l’austero pittore Diefenbach, la famiglia Cerlo, i russi tra cui Gorkij, la divina marchesa Casati, e poi Marinetti, D’Annunzio, fino a Malaparte. Tra i primi che incontriamo c’è Axel Munthe, il medico svedese, che arriva sull’isola nel 1875, in seguito torna e vi si stabilisce, costruendo la meravigliosa villa San Michele tra «ariose soluzioni architettoniche e magnifici giardini».
I suoi sono gli anni in cui Capri inizia a modernizzarsi, è collegata alla terraferma da un servizio regolare di traghetti, si aprono i primi locali, tra tutti il più popolare è il Caffè Zum Kater Hiddigeigei dove teneva banco donna Lucia Morgano, amica di tutti, pronta a trovare soluzioni ai problemi di chiunque, ospitale, intelligente e anche molto avvenente. Si inaugura in questo periodo il Quisisana, prima come sanatorio, poi come albergo. In realtà la sua storia è curiosa: apparteneva ad Anna Lembo, vedova Clark, sedotta dall’ex-lavapiatti Federico Serena che in Inghilterra aveva cercato di farsi una posizione. La donna credette alla sua promessa di matrimonio e gli cedette la proprietà, trovandosene poi esclusa. Serena però si rivelò un ottimo manager, facendo del Quisisana l’albergo più importante del paese, e finì per diventare sindaco di Capri.
Tra le figure più singolari e forse meno note, quella dell’artista americana che si installò nella vivace pensione Weber (siamo negli anni Venti del Novecento) senza peraltro pagare un centesimo. Schiva e silenziosa, attirò l’attenzione della volubile Romaine Brooks, altra pittrice che era arrivata a Capri in povertà ma poi aveva ereditato una cospicua fortuna. Romaine fu amante di D’Annunzio, ma ebbe anche una serie di avventure femminili, e faceva parte di quella schiera di «amazzoni» capresi, dall’aperta omosessualità, che nemmeno il fascismo riuscì a scoraggiare. «In gran parte ricche, indipendenti e raffinate. Formarono subito un gruppo coeso, adottarono abbigliamento ed atteggiamenti dichiaratamente virili». Capri si confermava isola della libertà, non solo dei costumi, ma soprattutto del pensiero. Ed è proprio quell’eredità che oggi a tratti trapela sotto la superficie opaca del turismo di massa.
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