di: Generoso Picone
Razzano racconta i sei mesi del soggiorno dello scrittore nel 1905, la sua immersione nei segreti del luogo, i suoi incontri con Norma Douglas, Ignazio Cerio e soprattutto con Francesco, ribelle diciassettenne
L’incontro avviene nella Grotta dell’Arsenale. Due ombre che si avvicinano nello spazio tra la roccia e il mare, poi le figure si delineano e ognuna cerca di capire quanto reale sia la presenza dell’altra. Francesco, un ragazzo di 17 anni, ha in mano il martello con cui sta cercando di sistemare il timone della sua barca, è incredibile come un naufrago che finalmente ha ricevuto soccorsi sull’isola deserta. Joseph, l’uomo quasi di una vita più anziano, trattiene la curiosità alla maniera di un esploratore sbarcato sulla terra abitata da indigeni che non hanno mai visto qualcuno altro da loro. “Dove hai intenzione di andare quando sarà pronta la tua imbarcazione?”, chiede al giovane e pare rivolgere la domanda pure a se stesso. La risposta è nello sguardo che Francesco rivolge verso un punto lontano all’orizzonte e, davanti a tanta energica sicurezza, lui, lo scrittore delle avventure e delle tempeste, con può non ripensare a tutto quello che gli era appartenuto e “non era più suo, era solo ricordo, un esile spettro che svolazzava e lo stava facendo sprofondare in una mortale nostalgia”. Si convince che a unirli sia l’incontenibile ossessione per il mare. Decide di assecondarla ancora, di farsene maestro.
Questa scenda può dirsi il punto centrale della storia che Pier Luigi Razzano narra in L’isola delle ombre, il racconto che attraversa i cinque mesi della permanenza di Joseph Conrad (Berdicev, 3 dicembre 1857 – Bishopsbourne, 3 agosto 1924) a Capri dal gennaio al maggio 1905 (Edizioni La Conchiglia, pagine 92, euro 13). Mostra i toni di un appuntamento che pare essere fissato dalle sincronie del destino – dove, se non in un antro affacciato sulle acque possono sciogliersi i nodi della mente inconscia? – e, nei tratti di due personaggi apparentemente lontani ma composti dall’identica sostanza di un sogno, consegna il senso di una vicenda che tra verità storica e finzione letteraria si sviluppa nella ricerca inquieta e febbrile di una praticabile felicità.
L’autore napoletano, a quattro anni da La grande Zelda, l’immersione nei tormenti di Zelda Sayre moglie di Francis Scott Fitzgerald, qui percorre un ulteriore itinerario di svelamento intrecciando due traiettorie. Di Francesco, il ribelle ai codici del padre Vincenzo e fuggito dalla casa di Anacapri per conquistarsi la possibilità di imbarcarsi diretto all’altrove. Del narratore inglese di ceppo polacco, stremato dalla faticata scrittura di Nostromo con i fantasmi di Giovanbattista Fidanza e della città mineraria di Sulaco che gli hanno consumato l’immaginazione. Approdato nell’isola in cerca di riposo assieme alla moglie Jessie e al figlio Borys, Jozef Teodor Konrad Korzeniowski – le sue generalità di origine – conta di recuperare energie per mettere mano al romanzo sul Mediterraneo. Presto Capri gli rapisce la mente, prova a penetrare il mistero e coglierne l’essenza. Soltanto così – riflette – “restituisce la potenza del fuoco che ammalia e poi ti distrugge. Una fiamma che mancava da tempo nella mia anima. Lo avverto, l’isola vuole restituirmi l’esaltante attesa dell’ignoto”.
Della stessa grana è l’insofferenza di Francesco, il quale smania a superare la sua linea d’ombra, abbandonare il lavoro nella campagna di Caprile e imbarcarsi. Il padre gli urla ogni mattina che il mare è “volubile, imprevedibile, spaventoso certe volte”, epperò il mare ormai domina ogni suo pensiero. “Capri mi ha imprigionato e vuole liberarmi. Da lei inizia un nuovo viaggio”, rimugina Joseph. Francesco potrebbe affermare altrettanto.
Capri è rappresentata nei contorni di un luogo che dilata il tempo e insieme ne affina la percezione. Conrad frequenta il caffè emporio Zum Kater Hiddigeigei, che nel nome rende omaggio al gatto brigante protagonista del poema Il trombettiere di Sackingen scritto da Victor von Scheffel proprio in quelle stanze di fumo, canti e birra. È un ambito che nella sua extraterritorialità ospita varia ed effervescente umanità di altri esuli polacchi e viaggiatori tedeschi che amano celebrare la luce della cartolina di Capri, non vivere le sue ombre. Lui invece si affascina alla leggendaria presenza della comunità proto-hippie di Karl Diefenbach, preferisce le conversazioni con Ignazio Cerio e Norman Douglas. All’autore di Vento del Sud confida il suo dubbio: “quando il suono dei sogni si tramuta nel lancinante frastuono delle indecisioni? Quando si conquista la vera consapevolezza che il tempo non è più abbastanza?”. Sarà l’incontro con Francesco a risolverlo, ne asseconderà l’ansia e insieme prenderanno il mare: gli toccherà diventare la sua guida, governare la barca nella tempesta con gli insegnamenti degli “Avvisi ai naviganti” che aveva riversato in Tifone e che il ragazzo apprende come una straordinaria lezione di etica della responsabilità per poter affrontare le burrasche dell’esistenza.
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